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Cornea: Tessuti biosintetici, la speranza della scienza

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Una ricerca pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine (che ha superato già le prime fasi di test su pazienti umani) promette di trovare un nuovo modo per guarire i pazienti affetti da cecità per danneggiamenti della cornea.

Infiammazioni o altri danni subito da questo delicato organo costituiscono la seconda causa di cecità nel mondo che coinvolge fino a 10 milioni di persone: l'unico modo per curarla, ad oggi, è sostituirla e ciò è possibile solo se si ha a disposizione una cornea recuperata da un donatore; sono solo 42mila i trapianti che in media si riescono ad effettuare, per esempio, negli Stati Uniti.

Da questi occorre poi togliere i casi in cui si presentano problemi di rigetto o infezioni. Alla scarsità di donatori si poteva finora ovviare solo con riproduzioni di cornee in plastica, che evidentemente non può ristabilire la vista ottimale.

Ora, invece, la collaborazione tra istituti di ricerca di diverse nazioni sembra aver trovato una soluzione ai problemi di rigetto e a quelli di scarsità di donatori: questi hanno sfruttato le risorse biotecnologiche a loro disposizione per riprodurre in laboratorio il tessuto della cornea. Un collagene biosintetivo è stato sviluppato a San Francisco dalla FibroGen Inc (riprodotto in un lievito che, come un'impalcatura ha permesso alle cellule del recipiente di crescere nell'innesto così da riprodurre il tessuto originario); questo è stato trasformato nella cornea e testato sugli animali da un team di ricercatori dell'Istituto di ricerca ospedaliera di Ottawa (Canada); la sperimentazione su pazienti umani è stata infine condotta dal dottor Per Fagerholm dell'Università svedese di Linkoping.

A spingere all'ottimismo il fatto che dopo due anni i pazienti non hanno avuto problemi durante la sperimentazione e che la vista è stata riacquistata altrettanto efficacemente che con l'ausilio delle cornee ottenute da donatori (senza i già citati rischi che da esse deriverebbero) permettendo inoltre una lacrimazione normale e dovendo ricorrere alle lenti a contatto (utilizzare anche con le cornee ottenute da cadaveri) solo in alcuni casi. Tutti questi fattori hanno permesso di passare alla fase successiva di test che prevede ora la sperimentazione su altri 20 pazienti.

CLAUDIO TAMBURRINO ag.radicale

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